Sergio Givone, Gustavo Zagrebelsky e Giacomo Marramao
Le biografie dei tre studiosi che animeranno il caffè filosofico.
Sergio Givone è un filosofo italiano.
Laureatosi a Torino con Luigi Pareyson, ha insegnato a Perugia, Torino e Firenze, dove attualmente è ordinario di Estetica alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Nel 1982-83 e nel 1987-88 è stato Humboldt-Stipendiat presso l'Università di Heidelberg. Particolarmente significativi sono i suoi lavori su Dostoevskij, riletto alla luce del problema del nichilismo europeo. Da questa riflessione nasce anche la ricerca sulla storia del nulla e sulle sue implicazioni in un nuovo pensiero tragico. Di interesse anche la sua opera narrativa, in cui forte è ancora il richiamo filosofico e l'impronta della letteratura russa. Collaboratore assiduo del quotidiano la Repubblica.
Gustavo Zagrebelsky è un giurista italiano, Giudice della Corte costituzionale dal 1995 al 2004.
Di origine russa, è fratello minore del magistrato Vladimiro Zagrebelsky. Socio Costituzionalista dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti, già professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università degli studi di Torino, è stato nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Scalfaro il 9 settembre 1995, prestando giuramento il 13 settembre 1995. Il 28 gennaio 2004 è stato eletto Presidente della Corte Costituzionale, carica che ha ricoperto fino allo scadere del suo mandato il 13 settembre 2004.
È attualmente docente di giustizia costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino e docente a contratto presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Collabora con i più importanti quotidiani italiani (La Repubblica, La Stampa), ed è socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei. Nel suo articolato pensiero giuridico è rintracciabile una visione, se non una speranza, dualistica del diritto diviso in lex e ius, concetti riconducibili ai lati formale e sostanziale del diritto. Zagrebelsky afferma l'importanza della duplicità degli aspetti del diritto evidenziando il pericolo derivante dall'acriticità di un diritto solo formale o solo sostanziale. Una visione dualistica che nello Stato attuale si è persa a favore di un nichilismo giuridico. Gli si deve inoltre una pluriennale opera di riflessione e di riproposizione di alcuni autori classici del pensiero giuridico novecentesco, come Piero Calamandrei, Costantino Mortati e Rudolf Smend. Negli ultimi anni è ripetutamente intervenuto nel dibattito pubblico italiano avversando le posizioni politiche e culturali dei cosiddetti atei devoti, e in particolare sulla laicità dello Stato e lo spirito concordatario: molti di questi saggi sono raccolti nel volume Contro l'etica della verità. È presidente onorario dell'associazione Libertà e Giustizia,[6] e presidente della Biennale Democrazia.
Ha curato la riedizione di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), pubblicato presso Einaudi nel 2002 con una sua nota introduttiva.
Giacomo Marramao allievo di Eugenio Garin, nel 1969 si laurea in Filosofia all'Università di Firenze.
Dal 1971 al 1975 prosegue gli studi all'Università di Francoforte, lavorando soprattutto intorno ai diversi filoni del marxismo italiano ed europeo. Nel 1971 pubblica Marxismo e revisionismo in Italia, rintracciando in Gentile la chiave di volta filosofica del marxismo italiano.
Dal 1976 al 1995 insegna "Filosofia della politica" e "Storia delle dottrine politiche" presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nel 1979 esce il suo studio Il politico e le trasformazioni, mentre nel 1985 pubblica Potere e secolarizzazione. È stato uno dei principali riscopritori del pensiero di Carl Schmitt.
Muovendo dallo studio del marxismo italiano ed europeo (Marxismo e revisionismo in Italia, 1971; Austromarxismo e socialismo di sinistra fra le due guerre, 1977), ha analizzato le categorie politiche della modernità (Potere e secolarizzazione, 1983), proponendone, in dialogo con i francofortesi (Il politico e le trasformazioni, 1979) e con M. Weber (L’ordine disincantato, 1985), una ricostruzione simbolico-genealogica. Secondo questa lettura, che riprende le ipotesi storico-filosofiche di K. Löwith, nelle forme moderne di organizzazione sociale si depositano significati che derivano da un processo di secolarizzazione dei contenuti religiosi, ossia dalla riproposizione in dimensione mondana dell’orizzonte simbolico cristiano. In particolare, la secolarizzazione ha il suo centro in un processo di «temporalizzazione della storia», in virtù del quale le categorie del tempo (che traducono l’escatologia cristiana in una generica apertura al futuro: progresso, rivoluzione, liberazione, etc.) assumono centralità crescente nelle rappresentazioni politiche della modernità.
Su queste considerazioni, riprese anche in Dopo il Leviatano (1995), Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione (2003), si è innestata via via una tematizzazione esplicita del problema filosofico del tempo. Contro le concezioni bergsoniana e heideggeriana, che delineano con sfumature diverse una forma pura della temporalità, più originaria rispetto alle sue rappresentazioni/spazializzazioni, Marramao argomenta l’inscindibilità del nesso tempo-spazio e, richiamandosi tra l’altro alla fisica contemporanea, riconduce la struttura del tempo a un profilo aporetico e impuro, rispetto a cui la dimensione dello spazio costituisce il riferimento formale per pensarne i paradossi. (Minima temporalia, 1990 e Kairos. Apologia del tempo debito, 1992).
Attualmente insegna "Filosofia politica" presso il dipartimento di Filosofia e scienze sociali dell’Università degli Studi Roma Tre. È anche direttore scientifico della Fondazione Basso-Issoco e membro del Collège International de Philosophie di Parigi.
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